Crollo Ponte Morandi, intervista esclusiva a un Vigile del Fuoco nerviese

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Il viso è coperto di polvere. Sotto il caschetto lo sguardo è serio, corrucciato. Concentrato. Il sudore si confonde alle lacrime e il respiro è affannato, stanco. Nonostante tutto il vigile del fuoco non si ferma. Salta da un moncone all’altro di quel che resta del ponte Morandi legato a una fune mentre gli elicotteri rossi pattugliano e sorvolano senza sosta i cieli genovesi.

Il pompiere non smette – come non sta smettendo fino a oggi dopo quel terribile 14 agosto – di scavare e cercare di salvare vite, una dopo l’altra.

Il direttore Matteo Sacco ha intervistato un vigile del fuoco, elicotterista nerviese, che ha deciso di restare senza nome. Perché? “Perché il lavoro lo svolge tutta la squadra, non un uomo solo”, risponde.

”La settimana di ferragosto ero in ferie – gli occhi si chiudono e una lacrima scende dal viso mentre la mente ritorna a quelle ore terribili – ero passato sopra il Ponte soltanto mezz’ora prima, di ritorno da una commissione a Borzoli quando ho ricevuto la telefonata del reparto Volo che mi comunicava del crollo. Ho preso lo scooter prevedendo che il traffico fosse paralizzato, bloccato; sotto la pioggia battente sono corso in hangar. Due nostri elicotteri erano già su posto per prestare i primi soccorsi, portare via i feriti e nello stesso tempo per portare assistenza tecnica ai colleghi che si stavano adoperando per estrarre e portare in salvo i feriti dalle auto accartocciate (dopo un volo di quasi cinquanta metri, ndr). Ai miei occhi, lo scenario che si è presentato, è stato quello di un bombardamento: macerie ovunque, l’effetto di un enorme dinosauro abbattuto. È stata una lotta contro il tempo, non conoscendo il grado di stabilità della struttura in bilico sopra di noi. I feriti erano in gravi condizioni con traumi da schiacciamento. Quando arrivi su scenari del genere, devi sempre cercare di accantonare la parte emotiva – e non è per niente facile, l’adrenalina sale – e affrontare la calamità sotto l’aspetto tecnico per cercare di ridurre i tempi dell’intervento. Si fa tanto ma certe volte si vorrebbe fare di più, avrei voluto portare via solo feriti ma i teli bianchi purtroppo erano un susseguirsi. Ogni persona che soccorri la senti tua e quando non riesci a salvarla ti rimane soltanto un profondo senso di amarezza, tanto dolore. Nel nostro lavoro il coordinamento tra le squadre è fondamentale, come l’affiatamento, perché quando ti esponi a rischi superiori, seppur sempre calcolati, bisogna essere sicuri che i colleghi che ti stanno affianco siano pronti a intervenire. L’anonimato è una nostra regola perché il lavoro non viene svolto dal singolo ma da tutta la squadra”.

Il Pompiere paura non ne ha.

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