Emma avrebbe abbracciato i suoi nipoti, se avesse potuto

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Quante volte avrebbe abbracciato e baciato i propri nipoti, Emma, se solo avesse potuto. Avrebbe regalato loro pacchetti colorati: forse un cavallo a dondolo, una bambola. Chissà quale abito avrebbe invece indossato per il compleanno, un tailleur rosso o magari azzurro con un cappello a fascia larga adornato di fiori. Margherite.

Il profumo della domenica a impreziosire una camicetta di cotone bianco, quella buona delle feste con il colletto di pizzo.

Un sorriso.

Un sorriso mai più sbocciato. Nessun abbraccio e nessun abito indossato per festeggiare il compleanno. Il profumo, così come la camicia di cotone sono rimasti per sempre soltanto una dolce, quanto mai amara, immaginazione. Una speranza mai sbocciata e soffocata in un campo di sterminio nazista.

Emma è morta. È morta senza lasciare traccia e senza lasciare una data, una lettera. Un saluto negato per l’eternità. Emma è stata arrestata a Nervi – trasportata in viale delle Palme nel comando delle Brigate Nere – in un gelido 19 novembre del 1943 da un manipolo di SS. Dopo la prigionia a Marassi e a Milano è stata deportata da Verona ad Auschwitz e da lì in poi è rimasta soltanto un nome, un nome nella Giornata della Memoria, inseme ad altri in una lista lunga due milioni di persone.

Non esistono più foto di Emma da quel novembre, da quei mitra spianati contro chi aveva commesso il crimine di nascere ebreo. Nascere dalla parte sbagliata del fucile, quella della canna rigata al suo interno.

Nessun abito buono della domenica, nessuna camicetta in cotone profumato. Bensì filo spinato e un “pigiama” a righe sgualcito e strappato dall’usura; baracche in legno, forni crematori con quel terribile cigolio di rotaie arrugginite. Morte. Fredda e spietata.

Una sventagliata di pallottole. Un sibilo silenzioso sotto una doccia in una fredda camera in cemento armato. Fame, stenti e fatica. Malattie e torture. Emma ha forse subito ma sicuramente vissuto tutto questo quando a 47 anni di età ha varcato quei cancelli secondo i quali “Arbeit Macht Frei”, il lavoro rende(va) liberi.

Nessuno, dopo aver letto quella scritta in ferro è mai stato più libero. In tant, tantissimi sono morti, quei sopravvissuti non sono stati liberi neanche dopo, a liberazione avvenuta.

Quelle urla, quei morti nessuno potrà mai più dimenticarli o esportarli dalla mente dei sopravvisuti.

Emma oggi è un nome. Solo un nome. Un nome che non è mai più stato chiamato da un figlio, da un nipote. Un nome che da quel novembre del 1943 è stato soltanto gridato nel buio del dolore, urlato nelle tenebre del tempo, della morte. Sul quadrante di un grosso, gelido orologio fermato per sempre, con inaudita violenza prematura, in un freddo corridoio di cemento armato.

TEDESCHI EMMA, nata a Milano il 09.05.1896, figlia di Ettore e Mendel Dora, coniugata con Girotto. Ultima residenza nota: Genova. Arrestata a Nervi (GE) il 19.11.1943 da tedeschi. Detenuta a Genova carcere, Milano carcere, Fossoli campo. Deportata da Verona il 02.08.1944 ad Auschwitz. Immatricolazione dubbia. Deceduta in luogo ignoto in data ignota. Convoglio 14.