“Il Covid lo senti dappertutto”. Le parole di Mario, infermiere del San Martino

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Una voce silenziosa, quasi bisbiglia. Lo chiameremo Mario – un nome di fantasia – quell’infermiere che ha deciso di aprirsi alla redazione de Il Nerviese nel Levante e raccontare la propria esperienza in prima linea nella lotta al Coronavirus.

C’è chi le chiama lettere dal fronte. Noi preferiamo chiamarle storie, quelle belle; soprattutto da leggere.

Il Covid lo senti dappertutto, nella testa, nelle gambe, nelle mani, negli occhi. Questa pandemia ti entra dentro, non solo nelle ore passate dentro un camice idrorepellente grazie al quale da novembre devi cambiarti almeno tre magliette per turno per quanto sudi, o grazie anche alle maschere, visiere, guanti, calzari, che ti assorbono energie, ti asciugano il corpo e spesso ti fanno dimenticare di averne uno, di avere dei bisogni primari: pisciare, bere, bere un caffè e fumarsi una sigaretta, staccando almeno cinque minuti da questo marasma, da questa guerra contro un nemico così invisibile, ma fottutamente forte e subdolo.

Il Covid ti entra dentro per quello che lascia al di fuori. Dopo la prima ondata siamo di nuovo in battaglia, tra doppi turni, reperibilità, doppie notti, e riposi saltati per coprire i vuoti lasciati dai nostri stessi colleghi che hanno avuto la sfortuna di prendersi il virus.

E’ un discorso di morte, di assenza dell’umanità, assenza di affetti, assenza di amore nel momento più critico della vita dei pazienti. E’ un discorso di angoscia, per la paura costante di esserne venuto a contatto,di averlo preso, di portarlo a casa, rischiando di far ammalare i tuoi genitori, i tuoi cari, i tuoi figli, chiunque ti stia intorno. E’ una questione di stress, che ti porta a perdere un sacco di kg in poco tempo,di perdere il ritmo, di non avere più un sonno regolare da mesi. E’ una questione di attenzione costante, di perdita del sé forse, dei propri spazi mentali, lontano dai ronzii delle macchine, i bip dei monitor, i rumori dei respiratori e dei caschi.

Eppure c’è gente che là fuori dal pronto soccorso giorni fa gridava a noi infermieri come gli eroi di prima e gli stronzi di adesso, perché non è vero che lì dentro si lotta, si muore e fortunatamente spesso si guarisce. Non è vero che la situazione è così grave come vogliono far credere nelle televisioni o tra le poltrone della politica. C’è gente che spesso ci insulta, perché siamo dei “montati”, o degli ingrati, soltanto perché richiediamo di non bloccare le ferie, di assumere nuovo personale, o di avere una dignità nello stipendio pari ad un paese civile, che fonda sulla sanità un pilastro della costituzione e del paese.

Il Covid lo senti nel vedere un sacco di vite spegnersi sotto i nostri occhi. Fa male essere l’ultimo sguardo, come testimone di una vita. Fa parte del Covid, del nostro lavoro, tenere la mano di un padre, di una madre, di un figlio, di una storia, mentre riesce a parlare per l’ultima volta in videochiamata il proprio caro, dover rispondere a ognuno alla domanda sul suo futuro.  

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